sabato, novembre 04, 2006

La mia Vespa

Casco allacciato, tolta la catena, inforcata la sella, tira la leva dell'aria se il motore è freddo, fai saltare il cavalletto tenendo saldamente la presa sul manubrio, in bilico sul piede sinistro e il destro sulla pedivella d'accensione. Un colpo secco, due , massimo tre. Dopodichè rassegnazione, busto piegato in avanti, come in adorazione, braccia tese e spinta di gambe. Dopo setto o otto passi girare in seconda, sentire la ruota sfregare con l'asfalto per mezzo metro e poi il motore che gira. Allora si apre il gas e si spinge più forte aspettando lo scoppio di partenza. Salto in sella con movimento atletico, una sbirciata allo specchietto e si va: anche stanotte riuscirò a tornare a casa.
Da piazza Bodoni mi lascio alle spalle il conservatorio passando per via Mazzini, ripercorrendo paradossalmente la strada fatta a piedi dai muri per andare a recuperarLa.
Strana serata, con incontri inconsueti e insperati. Stavo per uscire dal locale e tornarmene mestamente a casa quando incrocio qualcuno che mi dice che mentre entrava sperava di incontrarmi lì. E allora mi fermo, vediamo come procede: giro di cocktail. Rifiuto, non mi va di bere, sono le tre passate, domani si va al cimitero a trovare i parenti defunti. Chiacchiere scorrelate, niente discorsi impegnati, il piacere puro della spontaneità. La sala da ballo è inarrivabile, e, comunque, mi sono già scatenato quanto basta fino a una mezz'oretta fa', io che non ballavo ed ero un duro...
L'istinto mi dice di rimanere, ma devo proprio andare. Giro di saluti. Raggiungo la Vespa in piazza Bodoni camminando per una Torino silenziosa e solitaria con passo spedito. Penso alla serata trascorsa: forse mi sarei dovuto fermare ancora un po', chissà. Forse.
Poi le curve di viale Thovez, la pendenza che mi rallenta, il gelo che entra nei vestiti e arriva alle ossa; non più lampioni ma solo il mio fanalino. Non fosse che la conosco a memoria questa strada, col cavolo che terrei l'acceleratore così aperto. A metà salita un sussulto, un singhiozzo: il motore si sta fermando. Mano in mezzo alle gambe a cercare il rubunetto della benzina: un quarto di giro a sinistra sperando che sia solo da mettere in riserva. Niente paura, passa subito: sto viaggiando su 35 anni di storia, solo in questo modo potranno fermarla. Con lei ho una relazione che dura da quando avevo 10 anni: si andava dai nonni la domenica e dopo pranzo chiedevo se potevo metterla in moto, poi facevo un giro nel cortile e imploravo che mi permettessero di uscire sulla strada. La prima volta che la usai sul serio, fino in centro paese: non avevo mai ingranato la terza marcia, a quella velocità mi sembrava di volare. Poi le litigate quando mi lasciava a piedi perchè si rompeva il filo della frizione o bucavo o non ne voleva sapere di accendersi perchè le candele avevano preso acqua. Quando giocavo a fare il bandito e ci portavo qualcuno senza il casco con la raccomandazione di gettarsi dalla sella se si fosse avvistata una pattuglia delle forze dell'ordine, quando il Toro tornò in serie A e con il mio compagno di motori e tifo andammo in "pellegrinaggio" a Superga passando dalla panoramica del Pino e ci fermarono le guardie forestali, quando i civic mi fecero una multa di 37 mila lire perchè non avevo con me il libretto originale, quando tornavo tardi la sera che non avevo ancora la patente per la macchina, le curve di viale Thovez, la pendenza che mi rallentava, il gelo che entrava nei vestiti e arrivava alle ossa e mi mettevo ad urlare a squarciagola per scacciare il freddo...

2 commenti:

maldive ha detto...

"forse non lo sai, ma pure questo è amore"...cantava Vecchioni...

Luke Sky Berther ha detto...

Lo so, lo so... Eccome se lo so!